Far amare agli allievi il sapere che devono possedere

di Raimondo Giunta  A scuola il dogmatismo metodologico dovrebbe restare fuori dalle sue mura, perché non c’è deduzione tra finalità educative e procedure didattiche; ci sono tentativi e percorsi di avvicinamento. I principi si possono incarnare in pratiche differenti, adattabili a contesti diversi e a diversi alunni, a diversi contenuti dell’apprendimento. Questo non significa che si è liberi da qualsiasi vincolo di coerenza ,ma che bisogna con discernimento orientarsi verso quei modelli didattici ritenuti più adeguati alle situazioni date, sapendo in partenza che a-priori non ci sono metodi universalmente buoni e sempre efficaci. Il problema di sapere quale pratica adottare nell’insegnamento è subordinato a quello di stabilire quali apprendimenti debbano essere conseguiti dagli alunni, resi necessariamente consapevoli della loro importanza e del loro valore. Su questi obiettivi si misura la pertinenza dei mezzi e delle procedure da usare. Si raggiungono i risultati sperati, se l’alunno riesce a sentire come scoperta personale il possesso del sapere e a “rapportarsi ad esso con uno spirito amichevole e curioso”(D.Nicoli). Per questi obiettivi sarebbe auspicabile fare almeno un tratto dell’itinerario intellettuale dell’apprendimento con il modello della scoperta, che nei luoghi scolastici non può che essere inquadrato, semplificato, didatticizzato; lontano comunque dall’insegnamento ex-cathedra. “Imparare a essere scienziati non è la stessa cosa di imparare le scienze: è imparare una cultura con tutto il contorno non razionale del fare significato che l’accompagna”(J.Bruner). Lavorare per enigmi, dibattiti, situazioni-problema, piccoli progetti di ricerca, esperimenti comporta, però, un considerevole cambiamento del modo di insegnare. Continua a leggere

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La scuola del merito di Valditara: per gli studenti prove Invalsi difficili, per i docenti test di concorso facili e imbarazzanti

di Aluisi Tosolini In questi giorni si stanno svolgendo le prove scritte (test computer based) dei concorsi docenti di ogni ordine e grado. E, sempre in queste settimane, si discute moltissimo di valutazione accusando spesso la scuola di non essere abbastanza difficile, di non pretendere abbastanza dagli studenti e di essere preda di un rammollitismo ideologico le cui origini sono ritrovate dal Ministro, stando al suo ultimo libro sulla scuola, nell’ideologica sinistra e sinistroide del 1968. Insomma la scuola del merito e dei talenti deve essere più difficile, deve alzare l’asticella. Se dunque la scuola è accusata di essere troppo facile – mi sono detto – chissà come saranno le prove scritte (test) dei concorsi per docenti. Sarà una strage. La stessa preoccupazione è stata espressa, ad esempio, da La Repubblica che l’11 marzo 2024 così scrive:  “Concorsi al via. È la settimana delle prove a quiz per chi sogna una cattedra di ruolo. Hanno fatto domanda in 372.804 per 44.654 posti di cui 15.588 sul sostegno. Entreranno poco più di uno su dieci. Al netto della disomogeneità dei posti disponibili rispetto alle domande e soprattutto delle bocciature che nel test selettivo da 50 quesiti hanno tassi sempre molto elevatiMa è davvero così? Siamo andati a vedere. Ma prima di darvi l’esito della nostra ricerca facciamo il punto sulla prova scritta. In cosa consiste la prova scritta? Continua a leggere

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Il disastro della finta inclusione: bambini cattivi e note disciplinari

disegno di Matilde Gallo, anni 10[/caption] di Raffaele Iosa  Riprendo e copio qui  queste due lettere di aiuto su brutte esperienza scolastiche di alunni e studenti con disabilità, riprese da un sito FB molto frequentato da insegnanti e genitori. Sui siti specializzati in consulenza sull’inclusione scolastica ne arrivano di questo tipo continuamente.   Lettera 1 “….. Vorrei chiedervi se è normale che l’insegnante di sostegno di mio  figlio gli faccia  ogni giorno  note disciplinari, piuttosto che seguire la tecnica  di gestione dei comportamenti-problema.   Mio figlio è art. 3 comma 3 Legge 104, ADHD+ DOP + disregolazione emotiva, situazione familiare difficile.  Esiste una normativa in merito?” Lettera 2 “ Buon giorno, sono una docente di sostegno, il mio collega curricolare mette diverse note disciplinari al mio alunno ADHD e DOP. Io lo trovo controproducente in quanto dopo ogni nota lui smette di lavorare. Cosa devo fare?” A proposito di questo mio breve commento sull’argomento ADHD e DOP,  i quotidiani di oggi raccontano di una sospensione di ben 15 giorni a Ladispoli  per un ragazzino con queste disabilità,  che è stata soppressa dal TAR Lazio e con una scuola che riceverà da Roma “una visita ispettiva”. Servirà a qualcosa? Mah. Continua a leggere

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Valditara: gravemente insufficiente

di Mario Maviglia  Un caro amico, che non cito per decenza, mi ha omaggiato dell’ultimo libro del Ministro Valditara (La scuola dei talenti, Piemme, Segrate, 2024) con il vincolo di scriverci sopra qualcosa (il termine recensione suonerebbe troppo pretenzioso). Per una inveterata forma di buona creanza mi accingo a pagare il fio, abbandonando momentaneamente la lettura dei Vangeli apocrifi, a cura di Marcello Craveri, Einaudi, Torino, 1969. Ci tengo a riportare i dati bibliografici completi di queste opere perché una delle cose che salta immediatamente agli occhi per chi è avvezzo a leggere saggi è la pressoché totale mancanza di riferimenti bibliografici nell’opera del sig. Ministro. Anche quando il sig. Ministro riporta passi testuali di altri autori (con tanto di virgolettato) non fornisce i riferimenti bibliografici. Ci si aspetterebbe di vedere la bibliografia completa nelle ultime pagine del volume, ma anche questa attesa va incontro a una cocente delusione. La cosa è ancor più sconvolgente in quanto il sig. Ministro risulta essere professore ordinario di Diritto romano e diritti dell’antichità (SSD: IUS/18) presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino.[1] Ora, chiunque abbia dimestichezza con il mondo accademico (in quanto docente e soprattutto in quanto studente) sa che una delle principali raccomandazioni che i docenti fanno agli studenti è proprio quella dell’uso appropriato dei riferimenti bibliografici, tanto che ogni università di solito pubblica le norme redazionali per la scrittura della tesi (ma il discorso vale per relazioni scritte, rapporti di ricerca, essay ecc.), distinguendo financo tra stile continentale e stile anglosassone nell’uso delle citazioni bibliografiche.[2] Forse il sig. Ministro è da troppo tempo che non esercita la professione di docente universitario e avrà dimenticato questo costume. Continua a leggere

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Luisa Tosi, donna di scuola da ricordare

E’ mancata in queste ore Luisa Tosi, ex maestra e direttrice didattica di Treviso. Questo il ricordo di Cinzia Mion. Parafrasando il titolo del film “io la conoscevo bene” io posso dire che Luisa Tosi l’ho conosciuta bene. Nel 2019 anzi, in qualità di componente della Commissione Pari opportunità della città di Treviso, ho avuto il piacere di proporla per il Premio “Riflettore donna”, premio che ebbi l’onore di consegnarle personalmente. Non si può però parlare di Luisa senza parlare del Movimento di Cooperazione Educativa: un’associazione professionale di docenti molto vivace e fermentativa. Non ricordo con precisione il mio primo incontro con Luisa. Ricordo però quando mi iscrissi al Movimento e cominciai a frequentare il gruppo di Treviso, folgorata dall’originalità delle tecniche Freinet che ebbi modo di conoscere grazie ad mia collega a Barcon di Vedelago. Accadde durante l’anno scolastico 1963/64. Ricordo benissimo però che ben presto all’interno del gruppo ho focalizzato questa bravissima insegnante, dal nome appunto di Luisa Tosi, che ha cominciato a guidare con maestria i miei primi passi nella didattica innovativa adottata dal Movimento. Oltre ai primi insegnamenti ricevuti sul testo libero e l’uso del limografo, nell’anno successivo venni avviata da Luisa alla didattica dell’insiemistica. Avevo appena scoperto questa matematica moderna alla scuola estiva del MCE, , dove conobbi il professore Tomassini, docente di matematica ad un liceo di Penne (Abruzzo). Continua a leggere

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Anni di piombo

Per quelli della mia età che ne sono stati protagonisti ho provato e provo ancora un senso di pietà per come hanno bruciato la loro vita inseguendo un progetto impossibile e controproducente di lotta armata. Uno di questi l’ho conosciuto al Tito Livio di Padova dove ho insegnato da supplente a partire dal febbraio del ’69 e un altro era come me interno del collegio universitario Don Nicola Mazza. Bravi ragazzi come tanti e forse più bravi di tanti altri che da un giorno all’altro hanno imboccato una strada che li ha rovinati. Semplici soldati. Quelli che orchestravano assalti, attentati e delitti se ne stavano a Roma, penso, in clandestinità. In questi giorni ha concluso la sua corsa una terrorista che ha partecipato alla strage di Via Fani e che mai si è pentita di quello che ha fatto. E dire che motivi per ripensarci ce n’erano, perchè quella strage che faceva saltare un punto essenziale degli equilibri politici della nazione, solo una preparata e massiccia sollevazione popolare a sostegno avrebbe in qualche modo potuta giustificarla. Dopo quel giorno non è iniziata la rivoluzione ,ma una controffensiva durata decenni che prima ha sconfitto i gruppi terroristici e poi poco alla volta ha indebolito i partiti di sinistra, il movimento sindacale e la partecipazione popolare alla vita politica .Dopo quel giorno si è cominciato con potenti mezzi mediatici e finanziari a colpire la cultura di sinistra e le stesse fondamenta della Costituzione. Quella strage ha chiuso il ciclo straordinario di conquiste democratiche iniziato nel ’46.Il glorioso trentennio ha scritto Mario Tronti. Dopo è iniziato il ciclo politico che ha portato le schegge del neofascismo al potere. Chi ebbe responsabilità in quella strage ,con gli strumenti in proprio possesso ,ha avuto tutto il tempo di comprendere il danno che è stato fatto al movimento operaio e alla democrazia e di chiedere scusa e perdono alle vittime delle loro scelte terroristiche. Se tutto questo non è stato fatto ,non si capisce di quale comprensione abbia diritto]]>

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IA “Etica” oppure Etica della IA? Quali valori, quali regole, quali limiti

di Rodolfo Marchisio Ha senso parlare di IA in generale?

  • In realtà si tratta di diverse applicazioni in campi molto diversi e con finalità diverse. Cosa le accomuna? “L’intelligenza artificiale è un nome che descrive un modo di fare software. In particolare, è un modo di fare software nuovo, che consente di affrontare nuovi problemi e creare nuove applicazioni sostiene Quintarelli [1] Le possibili applicazioni, i campi e gli obiettivi possono essere allora molto diversi. Alcuni già esistenti altri in via di sviluppo.
  • Ci sono molti modi di intenderla e praticarla: in questo periodo si parla molto di IA Generativa (più legata allo sviluppo di chat “intelligenti” in grado di imparare ed agli sviluppi ed usi linguistici o mediatici), di IA “etica”, di IA “spiegabile”, ma anche di “IA noiosa” …
  • Ma anche sono diversi i modi di pensarla e di raccontarla. Si va dal catastrofismo al trionfalismo (talora ingenuo o magari interessato), alle strane  utopie dei miliardari, alla necessità di dare regole e porre limiti. Ma l’IA esiste già nella indifferenza generale (nei motori di ricerca ed in molte applicazioni); e poi c’è quella noiosa già esistente nei settori della agricoltura ad esempio di cui nessuno parla.[2]
  • Tutti parlano invece di IA, ma in modo generico e spesso divergente, concentrandosi su aspetti o problemi diversi. Certamente oggi la “parola dell’anno” è esplosa come fenomeno di moda e come operazione di marketing insieme e, se uno vale uno, tutti si sentono autorizzati a dire o teorizzare la loro opinione ed il loro (spesso interessato o poco informato) punto di vista.
  • È importante invece distinguere alcune figure con ruoli, interessi, responsabilità diverse.
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Alunni stranieri: come "integrarli" nelle nostre scuole? In classi separate (come sembra proporre il ministro Valditara) o nelle classi di tutti?

Questa è una presentazione della video-intervista con Raffaele Iosa. Il testo è stato prodotto con uno strumento di IA.

L’integrazione degli alunni stranieri nelle scuole italiane: una prospettiva critica

In un contesto educativo sempre più diversificato, l’integrazione degli alunni stranieri rappresenta una sfida fondamentale per il sistema scolastico italiano. Tuttavia, recenti proposte del Ministero dell’Istruzione hanno suscitato dibattiti e controversie riguardo al modo migliore per accogliere e supportare questi studenti. In questo articolo, esamineremo da vicino la questione, analizzando le opinioni espresse da Raffaele Iosa, un esperto nel campo dell’istruzione e dell’integrazione. https://youtu.be/kI2b2fV1NoI

Riflessioni sull’accoglienza degli alunni stranieri

Raffaele Iosa critica aspramente l’approccio proposto dal Ministero, che suggerisce la creazione di classi separate o differenziali per gli alunni stranieri al fine di facilitare l’apprendimento della lingua italiana. Secondo Iosa, questa proposta riflette una visione superficiale e ideologica, trascurando l’importanza della socialità e della naturale interazione tra coetanei per lo sviluppo linguistico e sociale degli studenti stranieri. Continua a leggere

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Valorizzazione dell'autonomia scolastica, ma anche del centralismo e altri esempi di strabismo politico

di Stefano Stefanel Ci sono tre locuzioni che stanno quasi come “motto” sopra le scuole, perché costituiscono la cornice ovvia entro cui situare l’autonomia funzionale delle scuole italiane: sono le “finalità generali del sistema”, gli “obiettivi generali del sistema formativo”, i “livelli essenziali delle prestazioni”.  Le prime due locuzioni si trovano nel DPR 275/1999 e la terza alla lettera m) dell’art. 117 della Costituzione così come modificato dalla legge costituzionale n° 3 del 2001. Chi sta fuori dal sistema scolastico nazionale può immaginare di trovarsi di fronte ad un libro in cui finalità, obiettivi e livelli essenziali delle prestazioni siano definiti in modo chiaro ed enciclopedico. Tutto numerato e ordinato, con precisi riferimenti normativi, contratti del personale firmati regolarmente di conseguenza, nessuna sovrapposizione o contraddizione. E invece, il sistema si ordina per salti, senza nessun documento che definisca tutto quello che è in vigore e che deve essere applicato (o disapplicato), con anche le modalità di applicazione. Forse in un momento così convulso, com’è quello attuale, può essere interessante comprendere perché il sistema si sia ordinato in questo modo e non come una semplice enciclopedia che tutti (giudici inclusi) possono, alla bisogna, consultare. Solo quest’anno il sistema scolastico italiano ha licenziato (finora) le Linee guida per l’orientamento,  la nomina dei tutor e del tutor orientatore, il Liceo Made in Italy che convive con Liceo Economico Sociale, dopo che era stato annunciato che l’avrebbe assorbito, il percorso di 4 e non 5 anni per gli Istituti Tecnici su base vocazionale (scelta delle scuole e scelta delle famiglie), lo sviluppo piuttosto senza regole degli ITS, l’attuazione del PNRR, il PNRR sui “divari territoriali”, i D.M. 65 e 66, il personale ata assunto fino a dicembre sul PNRR e poi prorogabile con le modalità decise dal ministero, ma pagato coi fondi delle scuole, il concorso straordinario per dirigenti scolastici aperto a chi ha perso l’ultimo concorso ma ha fatto ricorso e, poi, molto  altro di varia entità. Continua a leggere

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Il poliziotto e l’insegnante, entrambi al servizio della "salus"

di Antonio Vigilante All’età di diciotto anni ho fatto il concorso in Polizia. Ricordo un viaggio in treno di notte, nel corridoio, una mattina al foro romano e un pomeriggio all’hotel Ergife a mettere crocette su un foglio – mi si chiedeva tra l’altro, ricordo, cos’è l’echidna – cercando di non addormentarmi. Lo superai. E per qualche giorno, dunque, mi chiesi se quella non fosse la mia via. Una uscita assolutamente onorevole per uno della mia classe sociale; e del resto il mio professore di musica a lungo aveva cercato di convincermi a lasciare la scuola, evidentemente così poco efficace con me, per fare il poliziotto, un lavoro che, in difetto di qualità intellettuali, avrebbe potuto mettere a buon frutto le mie qualità fisiche. Decisi di no, alla fine. Avevo cominciato l’università e i primi due esami erano andati molto bene. Forse qualche qualità intellettuale c’era. Ho ripensato a quel bivio in questi giorni. Alcuni studenti manganellati dai poliziotti in una manifestazione pacifica. Una cosa che ha indignato tutti gli insegnanti. E nei comunicati delle scuole emerge una certa visione della scuola come alternativa radicale alla violenza: il luogo in cui ci si educa al dialogo, alla nonviolenza, al confronto costruttivo, ai valori democratici: eccetera. Ora, sarà per colpa di quel bivio, ma mi capita spesso di pensare che io e il poliziotto che avrei potuto essere procediamo in parallelo, se non proprio fianco a fianco. È colpa anche, a dire il vero, di Althusser e della sua teoria degli Apparati Ideologici di Stato. Mi capita di chiedermi se, oltre a lavorare entrambi per lo Stato, non si faccia entrambi, in fondo, la stessa cosa: difendere, puntellare, giustificare lo stato di cose esistente. L’assetto sociale, le stratificazioni di classe, le differenze di status, le intermittenze del riconoscimento. Per dirla con Galtung, che è venuto a mancare qualche giorno fa: la violenza strutturale. E, per aggiungere Galtung ad Althusser, siamo sicuri di non avere a che fare, in quanto insegnanti, con quella violenza culturale che giustifica e fonda sia la violenza strutturale che quella fisica? Continua a leggere

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