di Mario Ambel
Lunga (e me ne scuso) lettera aperta agli organizzatori dell’iniziativa del 2 aprile.
Ho ascoltato con molta attenzione gli interventi della iniziativa pubblica di ieri, 2 aprile. Qualcuno ha detto, giustamente, che alle lettere aperte non si risponde. Spesso non le si legge neppure. Pazienza: la scrivo lo stesso.
Ascoltati gli interventi, resto ancor più convinto della gravità della situazione e della totale mancanza di condizioni per uno spazio di concertazioni e di esiti condivisi fra le cose che ho sentito (e che da giorni vengono ribadite da più parti) e le ragioni e il dettato delle “Nuove indicazioni 2025”.
Non si tratta solo, e già sarebbe abbastanza, dell’illegittimità di due terzi del contenuto (Mazzoli) o della scorrettezza istituzionale delle procedure (Fiorin, Fracassi), oppure del cambio di paradigma interpretativo della modernità (Ceruti) o dell’impostazione fortemente ideologica del posizionamento culturale e identitario (Baldacci e altri), per non contare dei consistenti e radicali pronunciamenti contrari di tutti i settori disciplinari (storia, lingue, matematica, scienze e altre, esclusa geografia, cenerentola fra stuoli di sorellastre ostili), o psicopedagogici; o ancora della totale assenza di consapevolezza e quasi di rispetto per la realtà della scuola (Tamagnini e altri). O ancora delle contraddizioni profonde fra il dettato di superficie e le implicazioni valoriali e comportamentali espresse ini altri luoghi che caratterizzano la valutazione (Corsini). Per non dire, last but not least, delle carenze lamentate da molti in tema di disabilità e di differenze socioculturali. O altri ancora che non evoco per brevità. E non si è neppure aperto un ulteriore fronte assai delicato, la cui impostazione suscita altrettante se non più consistenti riserve: quello delle “ibridazioni tecnologiche”.
Oltre a tutto questo, se non bastasse, soprattutto molti interventi e alcuni in particolare (Baldacci, Fasoli, Nigris) hanno evidenziato la grave rottura di continuità, di natura e di prospettiva fra questo testo e la storia della scuola pubblica e del suo tessuto di relazioni con le famiglie e i territori, oltre a un pericoloso posizionamento di natura antiegualitaria, assimilazionista e antidemocratica, che appare a tutti gli effetti la vera ragione e finalità, essenzialmente politica, cui si vorrebbe vedere strumentalizzata e asservita la scuola pubblica. Negare o stravolgere il diritto all’istruzione e la consistenza interculturale e multipolare che inevitabilmente la scuola deve perseguire come strumento di intervento nella politica sull’immigrazione è un ulteriore elemento di assoluta gravità.
Qui non è in gioco solo la mancanza di consultazione o di protagonismo delle forze culturali e politiche che non si riconoscono in questo governo, che comunque è già di per sé un fatto grave, trattandosi delle sorti della scuola della Repubblica. Sono in gioco la natura stessa, le finalità e il mandato costituzionale della scuola pubblica, che non è di proprietà esclusiva (ed escludente) della maggioranza di governo.
Davvero non si capisce che cosa si possa emendare o, peggio come si possa pensare che esistano i margini per “una riscrittura condivisa”. In molti ci chiediamo da giorni che cosa ne verrebbe fuori.
Si possono solo accompagnare e sostenere le scuole nel loro legittimo e motivato rifiuto di queste sedicenti “indicazioni”, sostenuto politicamente dalla richiesta del ritiro di questo testo, che si è volutamente posto in rotta di collisione con l’intero sistema scolastico italiano e la sua storia, con l’intenzione per altro dichiarata di stravolgerlo senza neppure una legge di riforma, ma attraverso indicazioni che devono sottostare a precise limitazioni di prerogative e contenuti. Posizione emersa, mi pare, nel dibattito, talvolta più dagli interventi aggiunti che (forse per cautela istituzionale) dal palco.
Ritirato questo testo e riaperte procedure reali di consultazione e coinvolgimento si potrà verificare se esistono le condizioni di stesure condivise (e di che cosa) o se la scuola italiana si trova davanti alla più profonda frattura istituzionale della sua storia. Frattura che non sarà facile sanare, ma che alle condizioni attuali appare francamente difficile da ricomporre.
Questi, ovviamente sono solo pensieri in libertà di un libero cittadino, in pensione, docente per quarant’anni, a suo tempo Presidente dell’IRRSAE Piemonte, componente delle Commissioni per la revisione dei programmi Brocca e (in dissenso interno) per l’innalzamento dell’obbligo, Coordinatore dell’area linguistico-letteraria della Commissione De Mauro, esponente per quasi 50 anni di una delle associazioni organizzatrici e sodale con le altre (elenco le medaglie al “merito”, solo per testimoniare la almeno parziale condizione di persona informata dei fatti); pensieri che avrebbero senso solo se condivisi, come per altro mi pare, da molti che sono in servizio e da coloro che hanno la responsabilità di rappresentarne le opinioni, la volontà e le scelte. Se non è così, ancor meglio: mi resta la soddisfazione di averli espressi.
Che in democrazia non è poco, anche quando non serve a nulla.