La valutazione dei dirigenti scolastici, ovvero gli scodinzolanti cagnolini di Valditara

di Mario Maviglia

Il ministro dell’Istruzione Valditara ha firmato la Direttiva sulla valutazione dei dirigenti scolastici (n. 28 del 21 febbraio 2025).
Sul sito del MIM il ministro non ha mancato di sottolineare, in modo alquanto enfatico, che “si tratta di un momento storico per il comparto scuola perché il sistema di valutazione ora introdotto, che partirà già da quest’anno, arriva dopo 25 anni di assenza normativa, segnalata più volte a livello istituzionale e dovuta anche ad una forte ostilità culturale. Il nuovo sistema di valutazione consentirà di verificare e accompagnare il raggiungimento dei risultati, al servizio degli studenti e delle famiglie, anche nella prospettiva di una crescita professionale dei dirigenti scolastici, che svolgono una funzione fondamentale per un sistema scolastico sempre più efficiente”.

Una prima domanda da porre al sig. ministro è la seguente: visto che è da 25 anni che si attende il varo di questo provvedimento, che fretta c’era di avviare l’operazione a metà anno scolastico e non attendere, più ragionevolmente, l’inizio del prossimo, dando modo, nel frattempo, di avviare qualche azione formativa e informativa sul nuovo sistema? Quali gravi e imprescindibili ragioni hanno determinato questa impaziente decisione, prevedendo addirittura una procedura più semplificata per il corrente anno scolastico, ormai giunto a metà del suo percorso?

In realtà il ministro dimentica che nel corso di questi 25 anni l’Amministrazione ha avviato una prima sperimentazione già nell’a.s. 2003/2004, denominata SIVADIS, che nel corso di un decennio ha tentato, senza successo, di portare a sistema la valutazione del DS.
Analogo tentativo è stato fatto subito dopo l’emanazione della legge 107/2015, con la Direttiva 36 del 18 agosto 2016, che prevedeva l’individuazione di obiettivi a carattere nazionale e regionali (a cura dei Direttori generali degli USR) e locali (desunti dal RAV della scuola). Inoltre, appositi nuclei di valutazione provvedevano a valutare i DS attraverso l’analisi della documentazione della scuola (PTOF, RAV, PdM) e mediante visite in loco e interlocuzioni non solo con il DS interessato, ma anche con gli altri protagonisti dell’istituzione scolastica.
Il modello targato Valditara adotta una prospettiva del tutto diversa, tutta giocata attraverso una piattaforma informatica. Il contatto diretto tra i vari protagonisti è previsto infatti solo in caso di contraddittorio, a conclusione dell’iter valutativo. Insomma, una sorta di ufficio del catasto.
L’intero impianto appare fortemente centralizzato. Infatti i passaggi principali di questo sistema valutativo sono i seguenti, secondo quanto previsto dalla Direttiva:
a) individuazione degli obiettivi da parte dei Capi dei Dipartimenti;
b) assegnazione degli obiettivi ai Dirigenti scolastici da parte dei Direttori USR, che possono inserire un obiettivo regionale (solo uno);
c) misurazione e valutazione, da parte dei Direttori USR, dei risultati raggiunti rispetto agli obiettivi assegnati dai medesimi;
d) eventuale fase di contradditorio tra i Direttori USR e i Dirigenti scolastici.

Rispetto alla gerarchia verticistica disegnata da questo impianto, c’è da chiedersi quale conoscenza abbiano i Capi dei Dipartimenti rispetto alla concreta dinamica della vita delle istituzioni scolastiche che consenta loro di fissare degli obiettivi sulla base dei quali valutare l’azione dirigenziale in termini di “trasparenza, efficienza ed efficacia” e “tenendo conto della specificità delle funzioni caratterizzanti i Dirigenti scolastici delle istituzioni scolastiche”.

Ma davvero si ritiene che dei burocrati non in grado neppure di garantire il regolare avvio dell’anno scolastico abbiano le competenze tecniche per individuare gli obiettivi per i circa 7000 dirigenti scolastici in servizio nelle istituzioni scolastiche italiane? Tutta l’operazione trasuda di verticismo burocratico, sganciato da una reale conoscenza empirica dell’operato del DS. È vero che la Direttiva prevede che a supporto dell’attività istruttoria dei DG degli USR possano essere utilizzati i Dirigenti amministrativi degli ambiti territoriali e/o i dirigenti tecnici con funzioni ispettive, ma anche in questo caso si tratta di considerare: a) nel caso dei Dirigenti amministrativi quale conoscenza concreta hanno dei DS in servizio nelle rispettive province tenendo conto che appaiono oberati ed interessati alla gestione di pratiche e processi burocratici solo latamente riferibili ai risultati di apprendimento degli studenti (vera ragione di esistere della scuola); b) nel caso dei Dirigenti tecnici con funzioni ispettive il loro numero è talmente ridotto che appare velleitario (o demagogico) immaginare un loro utilizzo in questa delicata partita.

Si ha la netta impressione che all’attuale establishment politico interessi poco o nulla valutare gli effettivi risultati conseguiti dai DS nella scuola dell’autonomia, perché questo avrebbe richiesto un approccio meno burocratico e più orientato a disvelare le azioni messe in campo dai singoli DS per garantire il successo formativo degli studenti e il contributo che essi portano a questo prioritario obiettivo in relazione alle risorse umane e finanziare a disposizione e al contesto socio-culturale in cui la scuola opera. La procedura prevista dalla precedente Direttiva 36 del 2016, basata sul lavoro istruttorio condotto da specifici nuclei di valutazione e sul coinvolgimento attivo dei DS,  appariva sicuramente più complessa e onerosa di quella voluta da Valditara, ma almeno tentava di restituire una lettura più reale e meno burocratica dell’azione svolta dai DS nello specifico contesto delle loro rispettive istituzioni scolastiche.
In questo “nuovo” sistema sembra invece trasparire la preoccupazione di avere un controllo diretto sui DS affinché applichino in modo fedele le direttive ministeriali.Più che di un “momento storico”, come afferma il ministro con scarso senso del valore della storia, qui si tratta della conferma di una politica orientata al controllo e al disconoscimento dei DS come professionisti a supporto dell’autonomia delle scuole e, soprattutto, dei processi di apprendimento degli studenti. E non è un caso, infatti, che lo stesso CSPI, nel suo parere negativo, sottolinea l’assenza in questa procedura valutativa della dimensione pedagogico-didattica che dovrebbe caratterizzare l’azione del DS.
Il carattere verticistico di tutta l’operazione è confermato dall’esclusione dei DS dalla “definizione partecipata” (CSPI) degli obiettivi che sono chiamati a perseguire ma che vengono stabiliti e codificati in altre sedi e che i DG degli USR valuteranno senza alcuna osservazione diretta della complessità del contesto e delle condizioni effettive in cui si esplica l’azione dirigenziale. È facile immaginare che la declinazione di tali obiettivi privilegerà “indici tipici dell’attività amministrativa”, trascurando “elementi relativi all’esercizio della leadership educativa del dirigente scolastico per il miglioramento dei risultati formativi dell’istituzione scolastica” (CSPI). Manca del tutto la dimensione “formativa” di tale valutazione, ossia la possibilità concepirla (anche) come “strumento di crescita professionale, valorizzazione delle competenze e miglioramento continuo” (CSPI). D’altro canto, “un sistema di valutazione impostato su dati oggettivi rilevati dai sistemi informatici o dalle piattaforme permette di valutare l’efficienza amministrativa e organizzativa del dirigente, ma più difficilmente l’efficacia delle azioni introdotte per il successo formativo degli studenti” (CSPI), che costituisce però, a ben vedere, la ragion d’essere del DS in una scuola autonoma.
In conclusione, all’attuale ministro sono d’impiccio dirigenti scolastici pensanti e competenti nella gestione della leadership tesa a migliorare l’efficacia della scuola (A. Paletta); al ministro servono scodinzolanti cagnolini fedeli al “padrone”.

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